LE PAURE DEL GIOVANE ROGER
di Francesca
Amidei
Scrivere un articolo su Roger Federer è un’ impresa
titanica, un po’ come sfidare Bolt nei 100 metri! Nella mente scorrono domande
del tipo: cosa si può scrivere di originale sul Re del tennis? Cosa non è stato
detto? Quale aspetto umano o tennistico in questi anni è stato trascurato dalle
migliaia di scrittori e appassionati?
Ebbene si, è possibile trovare una risposta a queste
domande e scrivere ancora una volta, senza risultare banali o ripetitivi, su
colui che ha fatto la storia del nostro sport. Questo articolo non è stato
pensato con lo scopo di elogiare il tennista svizzero, di tessere le sue lodi o
esaltare le sue vittorie e i suoi record ma bensì per far emergere le
difficoltà del Roger ragazzo pieno di insicurezze, dubbi e paure, ignaro del
futuro roseo che l’ avrebbe atteso nel panorama del tennis mondiale. Spesso si
pensa che il talento sia una qualità innata, un dono che madre natura fa a
pochi predestinati eppure, correndo il rischio di risultare impopolari,
partiamo dal presupposto che Roger Federer non si nasce ma si diventa.
“Era un bambino viziato e testardo con poca passione per
la scuola e troppa per lo sport ed i videogames. Ma soprattutto pur avendo
talento, Roger non ha mostrato fin da subito quel talento che cattura l’
attenzione, è invece cresciuto pian pianino, sviluppando le sue armi di
creatività e copertura totale del campo, passando per la grande passione per l’
idolo giovanile tutto d’ attacco, Boris Becker, ai prototipi meno spettacolari
ma più redditizi del tennis moderno, da fondocampo. Accettando, strada facendo,
medicine come regolarità, concentrazione, tenuta. E, soprattutto, errore e
sconfitta. Perché il primo grande ostacolo del giovane Federer non è stato il
net o l’ avversario o il fisico o la tecnica, bensì se stesso, con l’
accettazione del non eseguire alla perfezione i colpi che aveva in mente e che
sapeva fare. Quando ha trovato la risposta a quei tormentosi “perché”, ha
chiuso il rubinetto di imprecazioni, smoccolamenti e strazi di racchette, ha
“messo tutte le cose assieme” e, imparando a perdere, ha cominciato a vincere
davvero” (Roger Federer, La Gazzetta dello Sport)
Questo
scorcio tratto dalla Gazzetta dello Sport, serve a sottolineare che nel tennis
così come nella vita, il solo talento non basta per ottenere risultati di
eccellenza, ma è necessario confrontarsi ed affrontare le proprie debolezze e
sconfiggere i propri “demoni”. Per il Roger adolescente la sfida più dura è
stata quella di accettare la sconfitta, di imparare a perdere, di mettere da
parte la sua indole perfezionista e la sua ossessione per l’ estetica a favore
della concretezza. Ha imparato con il tempo ad allenarsi realizzando che il
talento da solo non basta, ha sofferto la lontananza da casa quando si è
trasferito prima al centro tecnico federale di Ecublens e poi a Biel dove si
fece notare più per le sue intemperanze comportamentali che per i risultati.
Allora quand’ è che Rogerino è diventato campione?
Quando nel 1999, da numero 302 dei professionisti, si è dedicato a tempo pieno
al circuito dei grandi scegliendo un coach al di fuori del centro tecnico
federale svizzero. Un vero e proprio taglio del cordone ombelicale, che portò
il ragazzo dai capelli biondo platino scoloriti, a diventare prima un uomo e
poi un giocatore.
QUAL GIORNO ROGER DIVENTO’ FEDERER
Francesca Amidei | Marzo
26, 2015
|
SPAZIO TENNIS
http://www.spaziotennis.com/2015/03/le-paure-del-giovane-roger/
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