mercoledì 23 marzo 2016

L' Essenza Del Coaching

COACHING: VEDERE OLTRE SENTENDO GLI ALTRI



di Francesca Amidei

L' essenza del coaching consiste nel liberare il potenziale delle persone per massimizzare le loro prestazioni. Per fare ciò il coach deve credere che gli atleti abbiano più capacità di quelle che stanno dimostrando in quel momento e deve pensare a loro non in termini di prestazioni, ma di potenziale.

Da queste poche ma significative righe estrapolate dal libro "The inner game of tennis" di Timothy Gallwey, si può intuire che per un coach conoscere la biomeccanica dei colpi è importante così come possedere acume tattico o saper curare la preparazione atletica ma non è essenziale come l' empatia. Ebbene si, è lei la qualità più importante che distingue i migliori allenatori da quelli meno efficaci perché è l' abilità che ti permette di assumere come proprio il punto di vista dei ragazzi che si allenano per meglio capire come percepiscono gli eventi e le emozioni e, ci fa inoltre comprendere, i loro interessi e bisogni. 

Il germe dell' empatia è un atteggiamento affettivo sincero e il suo terreno sono le abilità di comunicazione e soprattutto di ascolto perché non esiste nell' insegnamento del nostro sport errore più mortale di riproporre sempre lo stesso schema di allenamento. Ogni bambino, ragazzo o adulto che impugna una racchetta è prima di tutto una persona unica con le sue qualità da valorizzare e i suoi difetti da limare, che percepisce e immagazzina in prima persona sensazioni ed informazioni su ogni singola pallina colpita e non dobbiamo mai banalmente dimenticare che loro saranno sempre i primi allenatori di se stessi.

Allora ecco che tornano sulla scena i termini "potenziale ed empatia" che tradotti in una frase significano "vedere oltre sentendo gli altri" che si concretizzano magicamente nel campo da tennis lasciando giocare due rovesci a chi così può tirare più forte e sentirsi meno piccolo o far giocare due dritti a chi mancino non è ma un’ alternativa a quell' innaturale rovescio l' ha trovata perché alla fine, a giocare un irrazionale back di dritto a due mani magari, si diventa Fabrice Santoro!

http://www.cesareveneziani.pro/?p=195

giovedì 28 gennaio 2016

C' mon!

C’ MON



di Francesca Amidei

C' MON!  
Un urlo di battaglia…

C' MON!  
Una scossa elettrica che ti riporta in vita…

 C' MON!  
Un pugno chiuso che ti dona la forza…

C' MON!  
Un pensiero che ti porterà alla vittoria…

Quattro lettere tenute insieme da un' apostrofo e quattro significati tenuti insieme dalla voglia di non mollare mai.

Australian Open 2016  - Day 4: Thursday 21 January - Rod Laver Arena - h 7.00 pm local - Lleyton Hewitt vs David Ferrer

Dopo due ore e ventotto minuti di gioco sul punteggio di due set a zero e cinque games a tre nel terzo set tutto a favore del tennista spagnolo, Lleyton Hewitt ha detto addio al tennis giocato urlando, nel cuore della notte australiana, l'ultimo "c'mon" della sua carriera.

Queste poche righe, se lette con occhio attento, sarebbero sufficienti per tracciare un identikit dell' ormai ex tennista nato ad Adelaide nel Febbraio del 1981. Emerge infatti il suo indiscusso spirito combattivo ed una spiccata capacità difensiva esaltata da lob e passanti che gli hanno permesso di neutralizzare, nei seicentoquindici matches vinti da professionista, gli attacchi scagliati da ogni parte del campo dai suoi avversari. 

Queste sono infatti le armi che Hewitt ha messo in mostra negli ultimi quattordici anni accompagnate da un' instancabile passione ed un amore morboso per la competizione con il sorriso e la leggerezza di chi sa di aver lasciato un segno indelebile nella storia del nostro sport.

C' era una volta un ragazzino dai capelli biondi lunghi ed il cappellino con la visiera all' indietro, stile da surfista, che ha preferito impugnare una racchetta piuttosto che cavalcare le alte onde nel Pacifico. Il giovane Lleyton ci mise solo due primavere per trovare la sua onda perfetta che lo portò a vent' anni ed otto mesi a diventare il numero uno del mondo più giovane della storia.

Quello fu l' inizio del suo biennio d' oro tra il 2000 ed il 2001 con la vittoria a Wimbledon, agli Us Open ed il doppio trionfo alle Tour Finals;

Quello fu l' attimo in cui capì che da grande avrebbe fatto il tennista;

Quello fu l' istante in cui promise a se stesso che avrebbe lottato su ogni punto per i successivi quindici anni della sua carriera;

Quello fu semplicemente il momento in cui, alzando le braccia al cielo, gridò per la volta al mondo C' MON!.

http://www.tennisworlditalia.com/tec/916/c-mon/

martedì 5 gennaio 2016

Evolution Tennis Player

EVOLUTION TENNIS PLAYER




di Francesca Amidei

Il termine "Evoluzione" nella lingua italiana significa sviluppo graduale e completo. Un processo che richiede anni e anni per giungere al suo compimento e che si realizza step by step perché risulterebbe insensato e perfino follemente presuntuoso, voler bruciare delle tappe e credere di poter ingannare il tempo. 

Inoltre molto spesso accostiamo il sostantivo "crescita" al nome di giovani tennisti alludendo solo al loro progresso tecnico trascurando, per superficialità o forse per semplice ignoranza, che i dritti ed i rovesci sono gesti realizzati da una persona pensante e non da un automa meccanico. È vero che colpire mille palline al giorno tutti i giorni per dieci anni può condurre al professionismo e portare un atleta a calpestare i campi più nobili del globo terrestre e nella migliore delle ipotesi ad alzare al cielo trofei prestigiosi e perché no, a vincere anche uno Slam!

Però siamo proprio sicuri che una volta riposta per sempre la racchetta nel fodero non rimpiangeranno per il resto della loro vita, quella vera che inizia dopo i trenta, l' adolescenza che non ci fu?

La risposta a questa domanda probabilmente la conoscono solo coloro che sono arrivati a sfidare i grandi nomi del tennis mondiale e la cui vita è ruotata intorno a quella pallina gialla e pelosa. Però a pensarci bene è in tenera età che viene chiesto loro di isolarsi dal mondo esterno e concentrarsi solo su se stessi. 

Così avrà inizio l' Evolution Tennis Player che nel giro di pochi anni li trasformerà in piccoli professionisti in grado di servire a 180 km/h, di tirare dritti ipnotici da ogni angolo del campo, di rilasciare scontate interviste in inglese e sfoggiare la consueta camminata del tennista con a seguito il suo entourage. Fino a qui apparentemente nulla di strano, ci si limita a mettere in scena quel copione non scritto che dovrebbe portare la promessa di turno al successo, ma è tra i sedici ed i ventitré anni che si rischia di rimanere intrappolati per sempre in questa bolla di sapone rinunciando alle esperienze umane che la vita ti offre. 

Ma forse è vero, solo chi ha provato il brivido di leggere il proprio nome nelle classifiche WTA e ATP ci può convincere che un anno di scuola in più o una serata a fare l' adolescente non può compromette un' intera carriera ma può far sorridere di fronte ad una sconfitta.


"Il tennis è uno sport individuale. "Individuale" perché si gioca per di più uno contro uno, ma anche perché induce a concentrarsi su una sola cosa: se stessi. Se stessi ed il proprio gioco, il proprio ritmo, i propri colpi migliori e quelli peggiori, senti il tuo corpo, ascolta le tue sensazioni, il tuo soliloquio.
A non starci attenti si diventa dei mostri. Forse campioni, ma persone a metà, talmente concentrate sul proprio ombelico da non saper più interagire con il mondo."

Flavia Pennetta - Dritto al cuore

domenica 27 dicembre 2015

La Consapevolezza di Essere...

LA CONSAPEVOLEZZA DI ESSERE...





di Francesca Amidei

Nella società odierna in cui fama e ricchezza sono le due parole chiave intorno alle quali ruota l' esistenza e la felicità umana, è un onore e un piacere poter ammirare sul Centre Court di Wimbledon il talento cristallino di Dustin Brown, anni luce lontano da quelle "macchine umane" che impersonificano il tennista moderno.

Tutti noi amiamo vedere un tennis spumeggiante ricco di discese a rete, drop, stop volley e vere e proprie magie difficili anche solo da immaginare. Eppure al termine di un match esaltante nel tempio del tennis mondiale, che ha visto il tennista tedesco di origine jamaicana sconfiggere in quattro set di "pura follia" Rafael Nadal, ci siamo domandati: perché un giocatore con questo talento non si dedica seriamente e totalmente al tennis? Perché non gioca con più assiduità nel circuito maggiore? E soprattutto, perché non ambisce ad occupare una posizione stabile nei primi 100 giocatori del mondo?

La risposta è molto semplice ma al tempo stesso di difficile comprensione per chi come noi è guidato dal Dio denaro e non riesce socialmente ad accettare l' idea di giocare a livello professionistico per il puro gusto di divertirsi e divertire. Questa strofa tratta dalla canzone "Tanti anni fa" di Brusco riassume e sottolinea i dettami su cui si fonda la nostra società:


"Un giorno diranno tanti anni fa com' era messa male l' umanità. La gente era strana non sorrideva, piangeva e correva di qua e di là. I figli diranno ma è vero papà che avevano il denaro come divinità? La gente era matta perché aveva il terrore di amare e provare felicità..."


Dustin Brown per competere con continuità nel circuito ATP dovrebbe snaturare il suo tennis e omologarsi alla ripetitività dei colpi sulla sfiancante terra rossa dove la parola chiave per vincere è solidità e non fantasia. Adattarsi ai ritmi frenetici dei campi veloci dove le discese a rete sono sempre più un lontano ricordo a causa delle "turbo risposte" che riducono il tempo di uscita dal servizio ad un battito di ciglia. 

Allora limitiamoci ad ammirare in silenzio la sua arte sui verdi campi londinesi e interroghiamoci se c'è una parte di noi stessi che abbiamo deciso di chiudere a chiave in un cassetto impedendogli di scendere in campo, solo per vincere nell' immediato qualche match in più. Ma poi inevitabilmente con il passare del tempo percepiamo, consciamente o inconsciamente, che sarebbe stato meglio avere un paio di classifiche in meno e aver avuto
la consapevolezza di essere! 

domenica 20 dicembre 2015

Road To Success

ROAD TO SUCCESS: DA FLAVIA A PENNETTA





di Francesca Amidei


"Credo che mi mancheranno le altre giocatrici che in certo senso in questi anni sono state la mia famiglia. Ci conosciamo tutte da così tanto tempo. E non importa se con qualcuna parli o sei più amica rispetto a qualcun altra: ogni settimana incroci le stesse facce, le stesse persone. Certo alcune le rivedrò, ma non sarà la stessa cosa. Credo però che mi mancherà anche la competizione: quando entri in campo, soprattutto se è un centrale, provi qualcosa di davvero speciale. E non credo che proverò mai più qualcosa del genere. D' altro canto sono davvero felice di cominciare un' altra parte della mia vita.
La cosa che mi rende più orgogliosa? Essere riuscita ad essere forte, sempre. Ho avuto molti infortuni e ho dovuto ricominciare da zero diverse volte. Io penso che questa sia una cosa molto importante. Riuscire a ripartire ogni volta e ritrovare sempre la giusta forza mentale."

Queste sono le parole con cui Flavia Pennetta, al termine del match perso contro una sontuosa Maria Sharapova alle Wta Finals di Singapore, ha detto addio al tennis che conta. Ma riavvolgiamo il nastro e vediamo quali sono stati i tre momenti più salienti di una carriera durata 15 anni, che hanno portato Flavia da Brindisi a New York:

Uno - Il 17 Agosto del 2009 è stata la prima tennista italiana ad essere riuscita ad entrare nelle top ten della classifica mondiale WTA Tour, inanellando una serie positiva di 15 vittorie consecutive.

Due - È stata la prima italiana in assoluto ad aver raggiunto la posizione n°1 del mondo in doppio nel febbraio 2011, vincendo in tutto 17 tornei WTA tra cui anche gli Australian  Open ed i WTA Tour Championships a Doha.

Tre - Il 12 Settembre 2015 sale sulla vetta del mondo, conquistandosi la prima pagina di tutti i quotidiani italiani ed esteri, vincendo gli Us Open e raggiungendo la posizione numero sei del ranking.

Forse a queste poche righe non servirebbe aggiungere altro se non qualche frase ad effetto del tipo "Grazie Flavia" o "Flavia Superstar". Ma così facendo si ometterebbe la parte più importante di questo fantastico viaggio verso il successo fatto di infortuni, sofferenza, fatica e dolore che hanno forgiato la tennista nostrana fino a farla diventare Donna. Eh si, perché è la stessa Flavia nella sua ultima conferenza stampa a dirci che ciò che la rende veramente orgogliosa dopo tutti questi anni, è la capacità di essere riuscita ad essere forte sempre. 

All' età di 33 anni diventando la tennista più longeva nella storia del tennis mondiale ad aggiudicarsi per la prima volta in carriera uno Slam, sa benissimo che la capacità di saper aspettare quel momento è ciò che lo renderà eterno. L' attesa ci può uccidere o fortificare e Flavia, dal quel Us open del 2012 dove non poté partecipare per un infortunio che la costrinse ad un lungo stop con conseguente operazione allo scafo lunare del polso destro  nella clinica di Barcellona, ha deciso di non mettere la parola "FINE" alla sua storia ma di riscriverla da capo con un finale da favola.

Nelle successive tre stagioni, Flavia sarebbe diventata la Pennetta con la vittoria ad Indian Wells, la storica vittoria agli Us Open, il best ranking e l' addio al tennis.


Ora si che si può scrivere: "GRAZIE CAMPIONESSA"

domenica 29 novembre 2015

Tutta Questione di un Click

TUTTA QUESTIONE DI UN CLICK




di Francesca Amidei

In molti match sentiamo che la linea che ci divide da una possibile vittoria o sconfitta è sottilissima eppure, come in un incubo ricorrente, ne usciamo troppo spesso sconfitti. Allora siamo pervasi dalla frustrazione, convinti di aver buttato via l' ennesima partita e per un attimo quasi ci dimentichiamo che al di là della rete c' era un avversario disposto, quanto noi, a soffrire pur di portare a casa una vittoria.

In quei momenti non abbiamo la lucidità per capire cosa realmente "non abbia funzionato" o forse dentro di noi conosciamo la verità ma non siamo ancora pronti per affrontarla e spostiamo il focus su aspetti secondari per non assumerci fino in fondo le nostre responsabilità. Infatti i principali artefici dei nostri insuccessi sono a turno il dritto, il rovescio, il servizio, il fisico, le palline, il campo o l' avversario scorretto eppure siamo noi che impugniamo la racchetta e che, nonostante gli incredibili progressi tecnologici del nostro sport, abbiamo ancora il libero arbitrio di scegliere come giocare ogni singolo 15. 

Molto spesso ci convinciamo che per un calcolo delle probabilità o semplicemente per pura fortuna prima o poi ci dirà bene e finalmente riusciremo a concretizzare quelle miriadi di palle game che ci creiamo nell' arco di una partita.

"Chi disse preferisco avere fortuna che talento percepì l' essenza della vita, la gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita, terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro, con un pò di fortuna va oltre e allora si vince oppure no e allora si perde."

Questa celebre frase tratta dal film "Match Point" di Woody Allen estremizza il ruolo cruciale che la fortuna può avere nella vita di ognuno di noi fuori e dentro il campo da tennis ma omette un piccolo grande particolare, siamo noi a crearci la nostra fortuna. Ebbene si, capita spesso che per molto tempo inseguiamo un obiettivo di classifica senza riuscire ad ottenerlo e poi all' improvviso, come nei nostri sogni più rosei, riusciamo finalmente a vincere un susseguirsi di partite dove ogni tassello va al suo posto e tutto sembra funzionare alla perfezione.

Solo allora saremo invasi da una sensazione di pace e di leggerezza e potremmo sussurrare a noi stessi che stavolta ce l' abbiamo fatta perché in fondo, in questi anni di sconfitte e delusioni, abbiamo sempre continuato a crederci. In quel momento pensiamo che non era poi così difficile ottenere quello che volevamo anzi, ci sembra quasi naturale.

E solo allora ci rendiamo conto che se siamo in armonia con noi stessi e con ciò che ci circonda quella palla che colpisce il nastro non tornerà mai indietro ma andrà sempre oltre perché, in fin dei conti, è tutta QUESTIONE DI UN CLICK.

domenica 9 agosto 2015

Concretezza o Estetica

CONCRETEZZA O ESTETICA: QUESTO E’ IL PROBLEMA




di Francesca Amidei

Nel momento esatto in cui la pallina accarezza le corde, un tennista sa se di lì a pochi secondi, sarà in paradiso o all' inferno.

Ci sono alcuni giocatori che sono alla continua ricerca del colpo ad effetto, quello che lascia l' avversario e gli spettatori senza fiato e poi ci sono quelli che sono disposti a tutto pur di conquistare un 15.

I primi si emozionano ed esaltano per le sensazioni che provano nel momento esatto in cui impattano la palla, quando ancor prima che tocchi terra sanno già che si poserà proprio lì nel punto che hanno focalizzato o forse solo immaginato, quando sentono la terra sotto i piedi, quando tutto intorno a loro si ferma e non esiste altro al di fuori di quella pallina gialla che tante volte hanno guardato ma che mai, prima d' ora, gli era sembrata così grande e lucente come se risplendesse di luce propria. Ed è solo in quell' istante, quando si sentono in totale armonia con il campo ed in pace con loro stessi, che inconsciamente capiscono di essere degli esteti del nostro sport perché in fondo non giocano per conquistare un banale punto ma per cercare di rivivere, una volta di più, quel brivido che solo il colpo perfetto gli sa regalare. 


I secondi, invece, si nutrono ed alimentano nella lotta corpo a corpo o più semplicemente punto a punto, quando il respiro diventa affannoso, quando sentono il sudore scendergli sulla fronte e la tensione si trasforma in adrenalina. E proprio quando uno pensa che siano ormai sul punto di crollare riescono a trovare dentro di loro la forza di resistere ancora, di tirare un' altra pallina al di là della rete con l' umiltà e al tempo stesso la consapevolezza di chi sa che la fatica appiana le differenze.


In uno sport estremamente tecnico in cui però un solo punto può decretare una vittoria o una sconfitta siamo condannati ad unire l' estetica alla concretezza e viceversa, perché arriverà quel momento nella nostra vita tennistica in cui per vincere saremo costretti a tirare quel vincente che tante volte abbiamo solo appoggiato o a ributtare quel dritto in campo che troppo spesso abbiamo tirato a tutto braccio per liberarci dello scambio e sottrarci alle nostre responsabilità.


Siamo quindi disposti ad accettare le nostre debolezze, a riconoscere i nostri limiti e a dominare i nostri impulsi per diventare veramente efficaci nel campo da tennis?

Alcuni decideranno di mettersi in discussione ed uscire dalla propria zona di comfort per spingersi verso orizzonti inesplorati con la curiosità, e al tempo stesso la paura, di chi sa di non sapere. Altri invece continueranno a recitare sempre lo stesso copione dal finale scontato e a loro sfavorevole, entrando in un circolo vizioso con la malsana speranza che prima o poi gli dovrà girare bene, alla continua ricerca di un exploit che, inevitabilmente, tarderà ad arrivare.

E prima o poi ognuno di noi dovrà scegliere se rimanere un tennista o se diventare un giocatore... Questo è il vero dilemma!




Posted by: Francesca Amidei | Posted date: Luglio, 29 2015 | SPAZIO TENNIS

http://www.spaziotennis.com/2015/07/estetica-o-concretezza/

http://www.tennisworlditalia.com/tec/917/concretezza-o-estetica-questo-e-il-problema/