sabato 10 luglio 2021

Tornare a Sognare

TORNARE A SOGNARE



 

di Francesca Amidei

Avevamo bisogno di tornare a sognare. Tutto si era fermato e domani tutto ripartirà...

Lo sport è passione, di quelle che ti fanno togliere la mascherina e abbracciare chi sta vicino a te. Gli azzurri in finale a Wembley e Matteo Berrettini in finale a Wimbledon. Londra si tinge di azzurro, le bandiere tricolori sventolano fiere su tutti i terrazzi dello stivale, da simbolo di speranza a pura esaltazione.

Andiamo per ordine nella Domenica della “double final”, detta all’inglese. Alle ore 15 (orario nostrano), Matteo Berrettini scenderà sul campo centrale di Wimbledon per provare ad aggiudicarsi il torneo più prestigioso al mondo. E’ il primo tennista italiano della storia, che raggiunge l’ultimo atto del championship londinese. Ci arriva a venticinque anni, da numero nove del mondo, accreditato della settima testa di serie e fresco vincitore sull’erba del Queen’s. Nessuno l’ha mai dipinto come un predestinato eppure dopo essersi insediato stabilmente nella top ten del ranking mondiale, si è conquistato con educazione e personalità il diritto di sognare in grande.

A seguire alle ore 21, sempre in terra londinese, ci sposteremo allo stadio di Wembley dove gli azzurri proveranno a fare la storia sfidando i padroni di casa inglesi. Novanta minuti e più di sofferenza da condividere con amici e famigliari con birra alla mano e una tradizionale grigliata estiva (o frittata di cipolla per gli appassionati di Fantozzi!). Gli addetti ai lavori la definiscono l’Italia del popolo, una squadra compatta che sa soffrire e sacrificarsi priva di un solista fuoriclasse. Vince il gruppo e la voglia di diventare grandi insieme. Con la missione di far tornare a esultare, a saltare, a cantare una nazione intera che per troppo tempo si è scordata di sorridere.

Come finirà lo sapremo tra ventiquattro ore ma una certezza già ce l’abbiamo, siamo tornati a emozionarci. Il tifo negli stadi ha risvegliato in noi quel senso di partecipazione che era andato scemando, in un anno e mezzo di sport muto dove i commentatori la facevano da padroni. Quel brusio di sottofondo, chiamato tifo, ci ha restituito il diritto di vivere appieno le nostre emozioni. Quelle facce che inquadrano sugli spalti rispecchiano la tensione che ognuno di noi prova davanti allo schermo, per un calcio di rigore o per un set point, che ci fa sentire parte di qualcosa che vogliamo condividere con gli altri.

Qualsiasi verdetto uscirà dai due campi che iniziano con la “W”, non potrà più farci dimenticare quanto è stato bello il percorso e l’attesa che hanno portato alle due finali. Era un lunedì sera di un anno e mezzo fa quando tutti gli incontri professionistici di tennis vennero sospesi, qualche giorno prima toccò alla serie A chiudere i battenti. Tutto si fermò, in un clima surreale, che vedeva  in quei giorni la penisola italica irradiata da un beffardo sole primaverile.

E domani, DOMENICA 11 LUGLIO 2021, tutto ripartirà. La vittoria o la sconfitta sono solo l’epilogo di una duplice favola sportiva di cui già conosciamo il risvolto umano, siamo ancora capaci di tornare a sognare.

 

mercoledì 25 marzo 2020

Suspended


SUSPENDED





di Francesca Amidei

Stop di due mesi... È ufficiale, il tennis si ferma...

Sette giorni prima, il nostro paese ha predisposto la chiusura di tutti i Centri Sportivi. Ma sono consentiti gli sport all'aperto. Gongoliamo all'idea di avere quei fantastici 23.77 metri (la distanza di sicurezza richiesta è di un banale metro!). Ci sentiamo intoccabili, ma è solo un'illusione.

Da lì a poche ore, ci ritroviamo rinchiusi dentro casa. D'istinto apriamo i social, veniamo sommersi da un susseguirsi di hashtag #andràtuttobene. Sul live score di Indian Wells appare la scritta, MATCHES POSTPONED. Era un lunedì sera, di quelli che non scorderemo mai...

La penisola italica è irradiata da un beffardo sole primaverile. Il cielo limpido sembra volerci infondere il buon umore svanito. Proprio ora, sul più bello, dobbiamo metterci in pausa. Ci siamo allenati per quattro mesi sfidando la pioggia, il freddo, il vento per affrontare una nuova stagione tennistica. Siamo pronti alla battaglia sul campo ma, non immaginavamo, di dover sfidare un avversario invisibile.

I giorni hanno perso consistenza, deprivati della loro consueta diversità. Ci rifugiamo in giardini e balconi, per avere qualche ora d'aria. Immersi in una "falsa" preparazione atletica primaverile, che, giova di più alla mente che al fisico.

Nel nostro settore lo smart working non è redditizio. Ma ci sentiamo in dovere di realizzare qualche video per tenere attive le pagine social del circolo. È il nostro grido di battaglia. Quella clip di cinquanta secondi di esercizi, che può sembrare gasante e auto celebrativa, contiene un messaggio implicito al suo interno. È la nostra voglia di lottare e ribaltare questa partita che ci vede, si in svantaggio, ma non ancora sconfitti.

È tutto un incubo. Dobbiamo passare altre notti insonni come dopo ogni match, in cui c'è da smaltire la delusione della sconfitta o l'adrenalina della vittoria. Ma ci sveglieremo di soprassalto, in una calda mattinata estiva, con indosso pantaloncini e t-shirt che delineano i segni della nostra inconfondibile abbronzatura.

Non ci scorderemo mai quel lunedì sera, quando la partita che ognuno di noi stava giocando nella quotidianità della vita, venne sospesa. Così come ricorderemo per sempre, l'emozione del primo punto. Quel dritto vincente, che sgretolerà le restrizioni, che ci restituirà la libertà e il diritto di stare con chi amiamo.


"Sabato, sabato
È sempre sabato
Anche di lunedì sera
È sempre sabato sera
Quando non si lavora
È sempre sabato
Vorrei che ritornasse presto un altro lunedì..."


- Jovanotti -


mercoledì 19 febbraio 2020

Vivere il Tennis


VIVERE IL TENNIS




di Francesca Amidei

Il motivo per cui giochiamo a tennis, è che non vogliamo dividere con gli altri i meriti di una vittoria. Siamo delle "prime donne", che sfilano su un terroso tappeto rosso in cerca di gloria. La scelta di uno sport individuale è pure una questione di carattere. La follia e l'estrema timidezza non vengono accolte di buon grado in uno spogliatoio, che ricerca un suo equilibrio interno.

Il tennis ci permette di esprimere chi siamo, e questo può essere anche un rischio. Perché per raggiungere quella cosiddetta gloria, bisogna limare gli aspetti non proficui del nostro carattere. In parole semplici se siamo nei guai, sportivamente parlando, nessuno al di fuori di noi ci potrà tirare fuori.

Questa è la sfida più difficile da vincere, se abbiamo scelto di scendere in campo da soli. Il vantaggio della solitudine è che ogni decisione spetta a noi, e se il piano A non funziona, dobbiamo elaborare idee nuove per cambiare. Questo significa avere fantasia e flessibilità.

Passare da una tipologia a un'altra di gioco richiede, in primis, un accettazione mentale del nuovo stato. Se per vincere dobbiamo stare in campo tre ore è necessario avere una predisposizione alla fatica, la forza per non soccombere con il prolungarsi degli scambi.

E dal momento che dopo i quaranta una persona o si ama o si odia, di sicuro non si cambia. È da pischelli che bisogna prendersi la responsabilità di decidere se lottare o mollare. Un imprinting caratteriale che ci accompagnerà nel vivere il tennis.

Sport violento e infinitamente romantico che mette a nudo, pregi e difetti, di ognuno di noi. Si discosta dall'immagine di perfezione che ci regala un parco assolato pieno di margherite e coriandoli, tipico di un febbraio anomalo. Siamo portati, nello srotolarsi degli anni, a una progressiva metamorfosi umana e tecnica dettata dal tempo.

Si può anche sviluppare un tipo di gioco, e portarlo avanti per tutta la nostra vita tennistica. Rifiutarsi di apportare qualsiasi miglioria, novità, evoluzione tattica e, probabilmente, vincere o perdere in fotocopia gli stessi match. Strutturare il nostro tennis vuol dire sopprimere al minimo la possibilità di scelta e, dare un calcio netto, alla produzione di nuove soluzioni.

Questo significa sopravvivere al tennis, ma non viverlo nella completezza delle sue sfumature. Provare delle singole esperienze esaltanti sfuggendo, allo stesso tempo, alla pienezza della sua quotidianità. Come sentirsi felici durante un viaggio, per poi appiattirsi, una volta tornati a casa. E crogiolarsi nell'illusione di aver espresso noi stessi, senza aver mai osato giocare, quello strettino che ci stava tanto a cuore.


"...E con le idee puoi cambiare il mondo... Ma il mondo non cambia spesso. Allora la tua rivoluzione sarà cambiare te stesso..."

- Mannarino -

sabato 25 gennaio 2020

Passione, Where Are You?


PASSIONE, WHERE ARE YOU?




di Francesca Amidei

A nord di Roma, nella segreteria di un circoletto underground, si parla del tempo che fu. Generazioni a confronto che ricordano infanzie passate. Tempi in cui la tecnologia nasceva, ma non aveva ancora tolto spazio alla creatività. Le naturali bravate venivano condivise live con gli amici di turno, non contaminate dalla spasmodica ricerca del like.

Sicuro godevamo di più libertà, scuola a parte, rispetto alla odierna tendenza dei pomeriggi programmati. Sceglievamo un solo sport, nel nostro caso il tennis, e facevamo carte false per prolungare la permanenza sul campo ben oltre il termine dell'allenamento. Capace che dovevamo aspettare anche un paio d'ore e palleggiare nei campetti con i bimbi del mini tennis. Ma eravamo disposti a tutto pur di ottenere un campo per finire il match, iniziato quando batteva ancora il sole.

Sulla terra rossa l'ossessione per lo studio non ci sfiorava. A quello pensavamo una volta sull'autobus. Eh si, usavamo questi strani cassoni su ruote. C'era consentito di camminare e andavamo persino a scuola con il borsone. Tempi in cui, i parcheggi dei circoli, non erano intasati da mostruosi suv.

Il tennis era la nostra passione. Sapevamo che non saremmo diventati dei tennisti, ma avevamo il permesso di sognarlo. A modo nostro ci abbiamo provato. Ognuno con i propri mezzi, qualche match indimenticabile da narrare e quelle trasferte al nord più forgianti di duecento giorni di scuola. Siamo all'inizio di un nuovo decennio in cui, se chiedi a un tredicenne cosa desidera fare da grande, risponde, con lo sguardo vuoto fisso sulle sue stringhe, il dirigente in banca.

La società del denaro da noi generata, ha privato i ragazzi del diritto di sognare. La passione viene sommersa dal turbine di attività che devono quotidianamente affrontare. Marchio di un benessere economico che prosciuga le emozioni. Menti in erba ingannate dal possedere beni materiali, che li derubano dal vivere vere esperienze. Apparecchi tecnologici bollati con una mela, comandati a voce, che prolungano la solitudine offrendo falsa compagnia.

Sarebbe bello ritrovare la semplicità almeno nello sport, nel tennis. Si ammazzava il tempo insieme, eravamo tutti lì nell' attesa di scendere in campo per giocare il nostro match di torneo. Guardavamo le partite degli altri, tifando gli amici e applaudendo i bei colpi dei loro avversari. Avevamo la competizione nel sangue, alimentata da panini al prosciutto e dai mitici succhini. Di racchetta ne bastava una, se rompevi te la prestavano (oggi il regolamento lo vieta).

La passione era il collante che teneva insieme giornate come queste. Lei promuoveva esperienze e ci dava la spinta per superare una sconfitta. Nel 2020 sembra impossibile vedere quel luccichio negli occhi di un ragazzo che mai, si sognerebbe di tornare a casa e trasformare la propria camera nel Philippe Chatrier, con i cuscini del divano al posto della rete.

PASSIONE, what happened to you?

giovedì 26 dicembre 2019

Ci si Può Solo Provare


CI SI PUÒ SOLO PROVARE





di Francesca Amidei

Il punteggio è costantemente in bilico. Un solo quindici può determinare una situazione di vantaggio o di svantaggio. E poi ci sono i turning points, i punti di svolta che scombinano l'equilibrio della partita.

Dura la vita del tennista. Attimi in continuo mutamento, vietato distrarsi. Impossibile cadere nel banale errore di considerare chiuso un set, prima di averlo concretamente vinto. Siamo chiamati più volte a dover reagire a un punteggio avverso, e non sempre la voglia di lottare rimane intatta.

Bisogna togliersi dalla testa la parola "controllo", concetto che ossessiona il genere umano. Righe, stecche, rimbalzi fantasiosi, sbalzi di umore, sole, caldo, vento, freddo, avversario sono solo alcune componenti che intervengono durante una partita.

Controllarle? È fuori discussione.
Assecondarle? Sarebbe una follia.
Come affrontarle? Bisogna sviluppare un ottimo problem solving.

Risolvere situazioni diverse, senza farsi travolgere dagli eventi. Come un rebus in cui si aggiungono costantemente nuovi elementi da decifrare. Ci si può solo provare a fondo perduto. Nel senso che produrre il massimo sforzo non è garanzia di vittoria. Ma assicura, in caso di sconfitta, una minore sofferenza dettata dal non aver rimpianti.

Un motivo valido per provarci sempre, è la sensazione unica che ti regala una vittoria in rimonta. Come quando siamo bimbi e la mattina di Natale sotto l'albero, scartiamo il regalo tanto desiderato. Il nostro viso di bambino sprigiona una gioia spontanea e incontrollata che scalcia via la paura di essere stati cattivi.

3/5 e 0-40... Tradotto, tre match point consecutivi a sfavore.

A volte serve anche la fortuna. Tirare a tutto braccio due risposte, per il desiderio di mettere la parola fine all'incontro, e sbiancare due righe. Come se il fato si fosse opposto alla nostra voglia di sciogliere e andare in doccia. Punto combattuto e quaranta pari. Il turning point è servito.

"Posso solo provarci..." è il pensiero che si instilla in loop nella nostra mente. Una sorta di Jingle Bells ripetuto a noi stessi prima di ogni punto. Risultato finale sette/cinque.

Ci si può solo provare ma, a volte, grazie all'instancabile voglia di ribellarsi alla sconfitta... Ci si può anche riuscire.


venerdì 29 novembre 2019

Il Nuovo Eroe della Mitologia Greca


IL NUOVO EROE DELLA MITOLOGIA GRECA




di Francesca Amidei

La mitologia greca comprende una vasta raccolta di racconti, che narrano dettagliatamente le avventure di dei e di eroi. La Grecia moderna è considerata la culla della civiltà occidentale. È infatti la patria della democrazia, della filosofia, della letteratura, dei Giochi olimpici e, in tempi recenti, del tennis.

Stefanos Tsitsipas è un tennista greco, nato ad Atene, che vanta nel suo palmares la vittoria alle ATP Finals 2019, conquistata alla sua prima partecipazione. È un giocatore d'attacco, dal fisico scultorio. Elegante rovescio a una mano, dritto solido con cui disegna il campo, mano delicata e ben educata nel gioco al volo e una prima di servizio potente scagliata dall'alto dei suoi 193 cm.

Tradizione e modernità si fondono in uno sport geloso del suo passato, ma consapevole di poter scrivere nuovi poemi contemporanei che si vanno ad aggiungere ai vecchi classici. I tennisti di tutte le epoche si sono ispirati ai loro predecessori, mettendo in evidenza gli aspetti tradizionali del gioco con la capacità di adattarli al proprio periodo storico.

Il tennista ellenico è arrivato tra i grandi, e l'ha fatto entrando dalla porta principale. È salito alla ribalta nel palcoscenico folcloristico londinese, dove tutto è spettacolo. Il giovane greco (classe 1998), è il simbolo del tennis che cambia. Educato ed elegante nel portamento non disdegna, nei momenti decisivi, di esibire uno spirito battagliero che rievoca una personalità più spartana che ateniese.

I veterani della racchetta, torneo dopo torneo, sono caduti sotto i suoi colpi. È il nuovo che avanza. Gli stadi si tingono di bandiere blu e bianche. Compatrioti e appassionati che, dopo anni di fedeltà rossa crociata, si espongono nell'osannare un nuovo Dio. Le stigmate del giocatore regale ci sono, ma l'eredità da portare sulle spalle, seppur larghe e decorate da cadenti riccioli biondi, parla di venti titoli slam.

E come la storia ci insegna, affinché le sue gesta vengano narrate negli anni avvenire, è fondamentale che si proponga un antagonista. Il duello tra due eroi agli antipodi, è ciò che crea il mito. Il nostro sport si alimenta di rivalità epiche come Borg-McEnroe, Sampras-Agassi e Federer-Nadal in tempi recenti. L'Achille del tennis, quindi, per divenire un eroe leggendario deve trovare il suo alter ego...

I pretendenti a questo ruolo non mancano. Il palcoscenico tennistico mondiale, pullula di talenti dalle variopinte personalità. Il nuovo eroe della mitologia greca, deve solo sperare che si facciano valere sul campo di battaglia. E continuare a migliorarsi per evitare che i suoi avversari, scoprano il tallone del suo gioco. Il punto debole nascosto di ogni persona.


martedì 5 novembre 2019

Il Tempo del Tennista


IL TEMPO DEL TENNISTA





di Francesca Amidei

Biologi e fisici sostengono che il tempo è un concetto che è influenzato dai nostri sensi. In alcuni giorni il tempo sembra volare, in altri sembra trascinarsi stancamente, mentre altre volte sembra fermarsi.

Tutto consiste nel vedere come reagiamo al tempo dopo il rimbalzo della palla. Ci sentiamo spinti a fare in fretta, asfissiati dalla sensazione di essere in ritardo. O sentiamo di avere tempo in abbondanza dal rimbalzo al momento in cui la palla colpirà la nostra racchetta.

È ovvio, e quanto mai scontato, che dipende dalla velocità della palla in arrivo. Ma è altrettanto vero che, da un allenamento all'altro, una palla lanciata alla stessa velocità ci può sembrare, soggettivamente, che viaggi a velocità diverse. Ciò sta a testimoniare, come il nostro tempo tennistico, sia fortemente influenzato dal nostro stato d'animo.

Spesso dipende da come è stata la nostra giornata prima di scendere in campo. Possiamo provare la sensazione di avere tutto il tempo del mondo, prendere un caffè prima di iniziare a giocare o, al contrario, che il tempo ci incalza, ci opprime come se stiamo per essere schiacciati da un cancello automatico che si sta chiudendo.

La società odierna ci fa sentire perennemente in debito di tempo, viviamo in apnea, ci scordiamo di respirare tra un colpo e l'altro fino ad esaurirci. Ci dimentichiamo che il tempo e il respiro muovono i pensieri dai quali proviene l'arte, la poesia o, più semplicemente, l'ispirazione che porta a esprimere noi stessi sotto forma di tennisti. La palla si trasforma magicamente in uno specchio, come nelle favole più classiche, riflettendo il nostro stato emotivo.

Una partita di tennis si svolge a ritmi serrati, ma ci sono due momenti in cui possiamo dettare i nostri tempi. I colpi di inizio gioco, servizio e risposta, danno il "LA" all'azione. In questi istanti prima di partire, dobbiamo aspettare sempre finché non ci sentiamo pronti a giocare il punto. È fondamentale stabilire la nostra presenza sul campo, entrare nel nostro ritmo per evitare che l'avversario riesce a metterci fretta e a spingerci a giocare l'incontro al suo ritmo.

Venticinque secondi tra un punto e l'altro, novanta secondi al cambio campo. Pochi, eppure il più delle volte non li sfruttiamo. Siamo disabituati a pensare, ad ascoltarci per capire cosa proviamo al termine di un punto e prima di un nuovo quindici. Siamo diventati dei riempitori seriali di tempo, poveri supereroi dalle mille azioni quotidiane, capaci di rimpiazzare le emozioni con il fare.

Il tempo del tennista è soggettivo. Descrive la qualità del nostro tempo. Possiamo farci scivolare via inosservato ogni punto, game e set. Oppure essere coscienti di noi stessi, stare con la mente nel match. Illuminare questo istante, questo colpo questa palla per guardarli con occhi apparentemente sempre nuovi.